Gli stati di allerta nel Codice della Crisi: da win-win a loose-loose?

Non sono ancora partiti, ma corrono il rischio di essere un buco nell’acqua ancor prima di entrare in vigore. Gli stati di allerta introdotti dal Codice della Crisi e dell’Insolvenza potrebbero passare alla storia più per il nome che per gli effetti che possono produrre. E quando parlo di nome, intendo più che altro riferirmi all’allerta che ha prodotto su tutti gli attori coinvolti e di come essi si siano attivati prontamente, soprattutto per mitigarne gli effetti. Quindi, l’allerta precoce c’è stata. Eccome. Ma non è che siamo riusciti nell’italico vizio (virtù per qualcuno) di trasformare una potenziale wi-win in una (quasi) sicura loose-loose? L’impulso ‘spintoneo’ della regolamentazione Europea che, in un contesto di armonizzazione della legislazione comunitaria sulla gestione delle crisi e di prevenzione delle stesse così da ridurre le esternalità negative a sistema, ha dato la dovuta accelerazione alla atavica inerzia domestica, avrà partorito il classico topolino? Sapete quale è la parola che ho letto con più frequenza nei vari report ed analisi prodotte o che ho sentito pronunciare di più nei diversi seminari a cui ho partecipato come utente o come relatore? Costo!!! Costo per l’adeguamento organizzativo, costo per i cruscotti di tesoreria e risk management, costi per la formazione, etc etc. Ora, non vorrei essere polemico, ma il nostro Paese se negli ultimi decenni è cresciuto, è cresciuto più per lo spirito imprenditoriale che per adeguate e puntuali politiche industriali di ampio respiro. E’ storia economica che gran parte della nostra imprenditorialità è stata di emanazione bottom-up, più che top-down. Ma tutti questi imprenditori medio piccoli sanno quale è la differenza tra un costo e un investimento? Si, quando riguarda il loro business da un punto di vista strettamente tecnico/produttivo. Ma, al di là di rare eccezioni, la maggior parte di essi considera invece la gestione e la programmazione finanziaria un costo. Non vorrei essere polemico una volta di più, ma non è che una minima colpa ce l’hanno anche coloro che assistendo la clientela si sono a volte concentrati più sugli aspetti fiscali che su quelli di programmazione? Non è che troppe volte un bilancio di una piccola PMI si è visto magari l’ultimo mese dell’anno fiscale di riferimento, se non addirittura ad anno concluso? Il fatto è che il tema della scarsa programmazione finanziaria nelle PMI italiane è un problema che sanno tutti, che formalmente tutti affermano di voler affrontare, ma che poi fattivamente a molti fa comodo che tutto resti così com’è. Gli indicatori della crisi previsti dagli Stati di Allerta, strumentali alla segnalazione dello stato di difficoltà finanziaria, potevano essere una occasione per crescere culturalmente nella gestione finanziaria d’impresa. Una occasione per tutti, occasione mancata però!!! Troppo poco frequentemente ci siamo posti la domanda sulle esternalità negative prodotte da simili comportamenti. Io porto un esempio banale che è nelle corde dell’Academy che presiedo, visto che su base quotidiana ci confrontiamo con il mondo bancario ed il tessuto delle PMI. Ma quanta idiosincrasia informativa esiste ancora tra le esigenze informative di una banca ai fini della valutazione del merito creditizio e le informazioni in possesso da parte delle PMI? Ancora oggi in molti casi sembra di assistere ad un film girato negli anni ’80. Richieste ripetute di documentazione, mail da dottori commercialisti, bilanci provvisori che circolano e ricircolano a go-go. Poi se si nomina la parola ‘prospettico’ si apre la scena di Cetto la Qualunque e la ricevuta fiscale…

Non vorrei ritornare sulla scelta fatta dal CNDCEC in merito alla definizione degli indici previsti nel Codice della Crisi e dell’Insolvenza per gli Stati di Allerta. Rispetto per il lavoro di tutti, ci mancherebbe, e la mia è solo una opinione. Ma quando ho letto che il primo indice discriminante era il patrimonio netto ho avuto bisogno dei sali per riprendermi. Spesso mi capita di fare corsi sui bilanci, sia nei master che in corsi professionalizzanti, e le parole che uso più frequentemente per riferirmi al patrimonio netto delle PMI italiane è ‘atto di fede’. E la domanda che pongo quasi sempre ai discenti è: ‘Ma nel momento in cui dovete farvi una idea sulla capitalizzazione di una piccola società italiana che è sul mercato da molti anni, dove il patrimonio netto è fatto per l’80% spesso da riserve di varia natura capitalizzate, quanto di quel patrimonio netto è in risorse investito negli attivi e quanto è nelle politiche di bilancio? Scena muta il più delle volte. Se il patrimonio netto negativo effettivo fosse una discriminante vera della crisi, una bella fetta delle PMI italiane forse sarebbe fallita da un pezzo! Non voglio neanche tornare sulla scelta poi degli indici e delle relative soglie. Anche qui, sicuramente si è cercato di fare il massimo e con la migliore deontologia professionale. Nessun dubbio. Ma il mio dubbio risiede sui rischi di data mining che stanno dietro certi approcci. Da econometrico, agli albori della mia carriera ne ho presi di ‘schiaffi’ quando innocentemente credevo nel Santo Graal dei livelli di confidenza e del lasciar parlare solo i numeri. Il fatto è che, alla fine, crisi temporanea significa crisi di liquidità. Occorre essere un po’ pragmatici. Certo, le cause di questa crisi di liquidità possono essere di varia natura, ma è proprio la sua rilevazione tempestiva che permette di poter tentare di trovare una cura. La metrica scelta per gli Stati di Allerta era abbastanza ovvia, visti i recenti indirizzi sia in economia aziendale che di vigilanza bancaria, cioè il DSCR. E qui mi riappare Cetto la Qualunque e la fatidica ricevuta fiscale. Troppo complicato e ‘costoso’ poterlo calcolare in certe realtà!!! Invece io subordinerei la possibilità di aprire una qualunque attività imprenditoriale al superamento di un esame di programmazione finanziaria e obbligherei tutte le attività ad avere degli strumenti di gestione di tesoreria!!! Ma è possibile che nell’attuale contesto ancora si ragioni con queste logiche? Il problema a mio parere è che parlano di costi di adeguamento non solo gli imprenditori, ma anche diversi consulenti, commercialisti, società di consulenza. Leggevo il recente report della società che ha contribuito tecnicamente a determinare le tipologie e le soglie degli indici e la parola ‘costo’ surclassava di gran lunga quella di ‘investimento’!!!

Una soluzione efficace grazie al fintech

Eppure, una possibilità concreta per creare un circolo virtuoso c’è ed i tempi sono maturi. Lasciamo perdere queste benedette soglie degli indici e concentriamoci sulla programmazione di tesoreria. E’ ora di aprire un dialogo costruttivo, almeno tra i due principali attori di questo film: le PMI e le banche. Oggi in un contesto in cui l’industria bancaria sta andando verso modelli fondati su ecosistemi aperti basati sulle customer experience dei clienti, si possono integrare sistemi di gestione della tesoreria all’interno di un quadro strutturale e strategico nella relazione banca-PMI. Ad esempio, noi di Finconsultech© Academy abbiamo contribuito in un paio di recenti occasioni nell’umbundling della value constellation di Istituti di medie dimensioni, contribuendo a creare gli strumenti che possono essere utilizzati dal cliente PMI per meglio programmare la finanza e dalla banca per fare una valutazione prospettica compliant con i dettami della vigilanza e della best practice. Sono modelli win-win che permettono agli attori di ragionare con le stesse logiche e di costruire delle relazioni costruttive di lungo periodo. Occorre avere solo un po’ di coraggio, voglia di rimettersi in discussione e di uscire dalla propria confort zone. E lasciare da parte i soliti dibattiti, le solite critiche, la usuale attesa e speranza di rinvii o alleggerimenti normativi. Concretezza e praticità. Due caratteristiche del nostro sistema di PMI, ma che non devono essere solo confinate agli aspetti puramente produttivi.

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